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“Fare una cosa e non comunicarla equivale a non averla fatta”.
Questo quanto lessi un giorno in un articolo di una rivista di management. Credo che chiunque possa concordare con tale affermazione.
E, in effetti, questa verità funziona abbastanza bene con tutte le tipologie
di attività e di progetti che un’azienda, un’organizzazione o un’istituzione può pianificare e portare a termine. Funziona – a maggior ragione – anche con i progetti di corporate social responsability (CSR), che spesso vedono impegnate grandi risorse in termini di investimenti finanziari, di capitale umano
e di varietà di attori – interni ed esterni all’azienda – coinvolti.
Del resto, nel caso di CSR, risulterebbe un po’ snob, se non ipocrita,
non voler comunicare qualcosa di positivo che si è fatto a favore
della comunità o del sociale.
La distribuzione di comunicati stampa ai media o ai propri interlocutori
sta senz’altro alla base di questa operazione comunicativa.
Tali comunicati stampa, se scritti e inviati in modo efficace, riescono
a garantire probabilmente qualche articolo sulle principali testate di settore.
Ma se è vero che una sola immagine vale più di mille parole,
perché non affiancare al comunicato qualche fotografia?
E perché non un fotoreportage intero?
Spesso capita di mantenere per mesi o addirittura anni nel proprio
press-kit fotografie jolly commissionate una tantum a qualche fotografo col mandato
di realizzare dei “quadri” aziendali che rientrano nella categoria che in gergo viene comunemente etichettata come fotografia industriale.
Queste fotografie, spesso mostrano: collezioni di prodotti, momenti clou della filiera produttiva – per la maggior parte significativi solo per gli addetti
ai lavori – , ritratti del management aziendale o nel migliore dei casi qualche impiegato e operaio, particolarmente fotogenico e che fa finta di lavorare
sotto luci artificiali, congelato in una posa innaturale.
Ma, se il ruolo della fotografia in un’organizzazione si riduce a tanto,
come può questa realmente aiutare l’azienda, l’associazione o l’istituzione
a comunicare – o meglio a raccontare – le attività spesso innovative
e realmente interessanti per il pubblico?
La fotografia, se usata in modo opportuno, è invece uno degli strumenti
più potenti che il comunicatore – spesso inconsapevole – può utilizzare
in modo efficace e lungimirante. In particolare, il linguaggio
del fotoreportage, fra tutti, riesce a coinvolgere attivamente l’osservatore.
Essendo, infatti, percepito come spontaneo e vero, si avvicina,
a qualcosa di familiare per un pubblico già abituato a reportage
di carattere fotogiornalistico.
Quello che possiamo definire con il termine Corporate Photocommunication e che circoscrive l’utilizzo della fotografia nell’ambito del Corporate Communication – quindi in ambito “istituzionale” – può in questo modo utilizzare anche il linguaggio proprio del fotoreportage: questo linguaggio raggiunge diversi obiettivi di comunicazione, diluendone nel tempo la visibilità, massimizzandone così l’investimento iniziale.
Sia che si tratti di eventi a breve, medio e lungo termine, il racconto fotografico riesce a comunicare l’impegno degli attori coinvolti in tali occasioni ben più in là nel tempo di un semplice comunicato stampa inviato magari
a conclusione dell’evento stesso e corredato o della classica foto di gruppo finale o delle famose foto di repertorio che hanno un carattere, sì istituzionale, ma molto, troppo, generico.
È però estremamente importante prevedere il coinvolgimento di un fotoreporter fin dalla fase di pianificazione del progetto: gli scatti più interessanti – soprattutto se si vuole sfruttare il valore evocativo che un’operazione ha sulla comunicazione interna – sono quelle rappresentate
dal backstage. Durante le riunioni di carattere operativo si riescono,
infatti, a cogliere attimi molto intensi, dove l’impegno è manifestato dall’atteggiamento, del tutto naturale, dei partecipanti.
In altri casi, come può succedere nel reporting di interventi a lungo termine, ad esempio di corporate social responsability, la parte più interessante è documentare da vicino il lavoro e la vita di chi è impegnato nelle varie attività.
Terminato il progetto che si è voluto raccontare – comunicare – è concluso, ultimato il fotoreportage, non resta che pianificare l’utilizzo del materiale raccolto. Come, dove, quando e a chi presentare ciò che si è fatto?
Il fotoreportage ha in sé un altro vantaggio non indifferente: la scalabilità.
Su una trentina di foto esaustive nel raccontare l’intero progetto, si può procedere ad una selezione ulteriore degli scatti, confezionando ad esempio dei semplici slide show o dei veri e propri reportage impaginati e completi
di testo che possono essere inclusi nelle pagine web del sito istituzionale
o direttamente nelle pagine della intranet, a seconda degli obiettivi
di comunicazione prefissati. Ma non finisce qui.
A distanza di settimane si può organizzare un’esposizione, mostrando
al grande pubblico tutto o parte del reportage. Si crea, in pratica un’occasione di evento sull’evento.
Volendo massimizzare ancora l’investimento iniziale – dove per investimento s’intende, non solo il compenso per il fotografo, ma, soprattutto, l’impegno
di risorse, finanziarie e di capitale umano, investite nell’attività stessa oggetto del reportage – in concomitanza con l’esposizione o anche a dopo qualche mese si può distribuire un prodotto editoriale, una pubblicazione, che fissi, testimoni e comunichi (magari sottoforma di omaggio natalizio)
il commitment dell’Organizzazione.
Il potenziale comunicativo di ciò che si è fatto, viene, in questo modo, moltiplicato e sicuramente percepito in tutto il suo valore dal pubblico.
Per alcune realtà come quelle che si occupano di servizi, quelle che hanno
un impatto diretto con il pubblico (dal settore media al settore trasporti e infrastrutture) il linguaggio del fotoreportage si presta quasi naturalmente per raccontare e mostrare la normale attività quotidiana.
Per altre tipologie di organizzazioni, il racconto fotografico può comunicare iniziative speciali, magari che mostrino l’impegno e la responsabilità che esse si assumono verso l’ecosistema e la società in cui esse operano.
Un esempio concreto di “foto-reportage aziendale” può essere quello commissionato da TiLo (Treni Regionali Ticino Lombardia – Ferrovie Svizzere + Trenitalia) per documentare internamente al Gruppo, l’impegno della società durante i festeggiamenti del carnevale di Bellinzona (conosciuto col nome di Rabadan è uno dei carnevali più “devastanti” d’Europa): come potete vedere dalle foto raccolte (http://www.wisetwice.eu/reportage/tilo)
si sono volute documentare tutte le fasi e gli aspetti, dalla pulizia dei treni alla disposizione della sicurezza in sinergia con le locali forze di polizia. Fotografie dalle quali è inoltre possibile estrapolare immagini puramente istituzionali.

Rabadan Express ’09 – L’impegno TiLo durante il carnevale di Bellinzona 2009
foto di Vincenzo Cammarata per studio26.tv cliente TiLO
In generale, la Corporate Photocommunication potrebbe diventare una vera e propria branca sia della fotografia che del Corporate Communication, restituendo, così, all’elemento visuale una dignità e un’importanza che spesso viene relegata a progetti isolati e non pianificati. Da semplice “contorno” per comunicati stampa, grazie alla carica emozionale con cui essa riesce a coinvolgere l’osservatore, la fotografia avrebbe, infatti, tutti i diritti di assumere un ruolo primario nei piani di comunicazione. |